La RADIO, il DIGITALE e il BUSINESS CONCEPT

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Lo scenario competitivo dei media si sta sempre più arricchendo nel senso della varietà per il consumatore mentre si sta complicando per gli operatori stessi, anche nel settore Radiofonico; tuttavia sono spesso proprio questi ultimi che talora offuscano il presente e il loro futuro, assolutamente da soli. Simone Spetia, giornalista di Radio 24, afferma in un solo post su Linkedin le sue 4 verità. Primo: “Tutto si sta spostando dal broadcast all’on demand”. Secondo: “La generazione Z non usa più la Radio per scoprire nuova musica”. Terzo: “Mentre la pubblicità è sempre più misurabile, nulla di tutto ciò avviene per la Radio”. E infine l’Apocalisse, quarto: “La linea Maginot, l’ascolto in macchina, è destinata a cadere perché le auto sono più connesse”. Capita di avere un brutto mal di pancia, o di seguire un corso di Digital Transformation di troppo.

Leggendo il suo post appare evidente che il giornalista abbia collegato la notizia dell’avvio della procedura fallimentare del Chapter 11 per il gruppo Radiofonico iHeartMedia, il primo negli U.S.A., al film super-cruento, quasi un horror, di un mezzo che sarebbe in crisi devastante (“forse l’ascolto in diretta, via FM o DAB, non avrà vita lunga”). E di lì a seguire con le 4 affermazioni tutte false, o comunque gravemente errate e fuorvianti. Ragioniamo. Calma, calma… time-out per noi!

Andiamo a monte con i fatti di iHeartMedia. E’ un gruppo che possiede molte stazioni Radio, ben 857 e tra esse tutte le emittenti più ascoltate in tutti i formati a New York, Los Angeles e nelle più grandi città, e una pletora di aziende complementari che erogano servizi rilevanti nell’industria; tra queste e a solo titolo di esempio c’è il syndicator Premiere Networks, che raggiunge 245 milioni di statunitensi ogni mese anche con programmi storici e di altissimo ascolto come “The Rush Limbaugh Show”, e la Metro Networks poi successivamente concentratasi nel leader mondiale dei servizi di info-mobilità e meteo per i media. iHeartMedia è ovviamente il primo gruppo Radiofonico negli U.S.A. ma possiede anche 200 piattaforme digitali e dispone di 129 milioni di follower sui Social.

iHeartMedia è il frutto di una moltitudine di concentrazioni e acquisizioni in successione realizzate tra il Telecommunications Act di Bill Clinton del 1995, che avviò il consolidamento dell’industria Radiofonica allentando notevolmente le norme anti-trust, e lo scoppio della bolla finanziaria del 2008, con la leva di debito tipica della fase ante crisi. La società nel 2017 ha avuto ricavi per circa 6 miliardi di dollari e ha anche conseguito margini operativi molto significativi, ben oltre il 25%. Il debito accumulato però la sta distruggendo. Solo nel 2017 sono stati pagati interessi sul debito pari a 1,7 miliardi di dollari. Un accordo con i creditori più rilevanti per una quota di oltre 10 miliardi di dollari è stato raggiunto ma ne restano altri minori che detengono gli altri 10. Per iHeartMedia si tratta di oltre 20 miliardi di dollari di debito totale, assolutamente insostenibile. La procedura del Chapter 11 potrebbe modificare profondamente la dimensione della società probabilmente attraverso la vendita degli unici asset di valore, le stazioni Radio, in un numero che alcuni stimano potrebbe essere anche di 300-400 emittenti. Nonostante tutto potrebbe comunque rimanere al termine del percorso fallimentare il primo gruppo Radio negli U.S.A.

Come reagisce il mondo della finanza negli U.S.A.? Panico per il pericolosissimo mezzo Radio? Corsa al disinvestimento dai titoli tossici del mondo della Radio? La società di Rating Fitch, che ha osservato come anche altri 2 gruppi Radiofonici, Cenveo e Cumulus, si siano trovati nella medesima situazione e stiano passando per una ristrutturazione del debito attraverso la procedura del Chapter 11, sottolinea come il settore della Radio sia solido, che continuerà a crescere sia pure a una sola cifra e che non vi sia alcun pericolo di contaminazione negativa. Con tutto il rispetto per Fitch che rassicura e anzi qualifica il mezzo Radio, qual è stato il problema dei 3 gruppi statunitensi, se assimilabile? Analizzando i rispettivi piani industriali nel tempo ci sono 2 elementi che sono immediatamente percepibili. Primo. Previsioni esponenziali. Secondo. Errata modifica del Business concept.

Primo. Le previsioni pensate e calcolate nella fase pre-2008 sono state gestite nell’idea di un mondo di crescita senza fine e con un fattore di sviluppo logaritmico dato dal puramente teorico e sempre maggior tempo disponibile delle persone, leggermente in crescita all’ascolto della Radio ma ripidissimo nella fruizione on-line; ebbene, le condizioni generali e dello sviluppo digitale si sono palesate come seriamente irrealistiche nelle misure indicate. La bolla speculativa del Web nel 2000 e le Torri Gemelle nel 2001 non hanno lasciato  purtroppo nulla alla prudenza, nemmeno a cautele nella forma di “Worst Case” realistici nelle previsioni finanziarie.

Secondo. La modifica del business-concept delle società da leader nella Radio a punti di riferimenti pubblicitari nell’Audio. E’ l’idea che si possa accedere dalla posizione di dominio nella Radio a una di egemonia anche nell’audio includendo in questo perimetro estremamente esteso, certamente troppo, il portale dei fantasmagorici canali musicali, il podcast e altre eventuali forme di audio. In realtà Radio e audio sono business completamente differenti, ammesso che il secondo lo sia al livello di un’Industria, anche se hanno in comune la finalità di rivolgersi a uno solo dei 5 sensi delle persone, quello dell’udito. Prima di tutto la Radio è un essere vivente ed è un mezzo di comunicazione di massa che origina dal Broadcast. L’Audio è tutto quanto senza video venga confezionato digitalmente in modo potenzialmente interessante per le persone nella loro fruizione asincrona e/o on-demand di contenuti specifici. La Radio ha un modello di ricavi, l’audio no, o almeno è ancora lontano, molto lontano e con tutta l’ambiguità del caso.

Ecco, e per me è decisamente la sintesi più importante, la vicenda di iHeartRadio insegna che una posizione di leadership nel mondo della Radio non comporta automaticamente o industrialmente una altrettanto forte presenza nell’industria dello streaming a livello musicale, dove i colossi discografici come Spotify impazzano, a loro volta in un mare di debiti, e/o nel podcast, che non è affatto facile annettere o rendere oggetto di estensione trans-mediale perché è un fenomeno bottom-up assai variegato e che nasce da esigenze dal basso molto specifiche e differenziate, più della stessa Radiofonia. Per usare un eufemismo, Radio e audio sono mondi che si ascoltano ma non si parlano. Lo zampino nel ponte sull’impossibile, come sempre, ce l’ha messo la finanza; nel sostenere il consolidamento di attività Radiofoniche ha sempre più preteso nell’ante Grande Crisi quote di investimenti e previsioni di ricavi sullo sviluppo digitale in attesa delle proprie speranze di trovare algoritmi magici o app futuristiche per spin-off miliardari di cui si sente parlare fortunatamente sempre meno.

E pur di concretizzare i piani fantasiosi di Mago Merlino si sono creati altrettanto improbabili scenari tra i quali quello di un’alleanza, una sorta di bundle, tra la iHeartRadio App, troppo celebrata come quella della musica gratuita e meno della Radio, e Napster, ebbene sì. Napster! L’ultimo colpo per salvarsi nel 2017 lo si è affidato a questa invenzione della cartomanzia e il risultato è stato disastroso, in altri termini il disinteresse delle persone è stato fragoroso. L’urlo del silenzio. E ce ne sono state a decine di milioni di persone raggiunte e pressate tutti i giorni on air, on line e on demand allo scopo di abbonarsi a Napster. Delusione. Se fosse vero che tutto si stia spostando dal broadcast all’on demand, iHeart Radio non avrebbe dovuto ricorrere al Chapter 11. E poi, amici miei, dicono che il problema sia la Radio!

A questo punto della riflessione è interessante ascoltare, per chi conosca l’inglese, il punto di vista e il business concept sulla Radio espresso in un’intervista a Bloomberg da David Field, il CEO del gruppo Entercom che da pochi mesi ha realizzato una mega-concentrazione tra il suo gruppo e nientemeno che CBS Radio. E’ un colosso nato nel 2017 e con tappe graduali sotto l’esperienza di analisi e di osservazione degli altri 3 gruppi Radio che si trovano nel Chapter 11 che hanno buone performance ma debiti giganteschi regressi.

Intervista di David Field, CEO di Entercom, rilasciata a Bloomberg

La forza non nasce nel caso di Entercom da una dimensione maggiore o da una duplicazione di missione tra Radio e Audio, come nel caso di quella di iHeartMedia e degli altri 2 gruppi, ma da una specializzazione di contenuti prevalenti e dal legame locale. Il gruppo è il numero 1 in tutti gli U.S.A. sia nel segmento News/Talk che in quello Sports e ha massimizzato la capacità di connettersi alle comunità locali e di ingaggiarle. Il digitale è una forma di estensione che non modifica la strategia complessiva ma ne cambia le modalità di accesso per i consumatori utilizzando la resilienza straordinaria del mezzo. La Radio come fulcro degli investimenti locali, anche con gli eventi, che tuttavia non duplica o snatura la sua funzione. David Field chiama tutto ciò come “Il Rinascimento della Radio” che la può portare anche negli U.S.A. a crescere ulteriormente nella quota degli investimenti pubblicitari complessivi.

Scommetto su Entercom!

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